
Ci sono viaggi che cambiano il modo in cui guardi una storia, e ci sono storie che ti fanno comprendere meglio i luoghi che visiti.
Quest’estate sono stata a Derry e ho scoperto una città vibrante e straordinariamente comunicativa. Una di quelle città che ti parlano a ogni angolo di strada, attraverso la loro storia e le loro persone.
Visitare il Free Derry Museum è stata un’esperienza travolgente: è un luogo interessante, capace di far riflettere e di spiegare con chiarezza e sensibilità gli eventi del Bloody Sunday. Ma Derry è anche una città presente a sé stessa e al mondo: camminando per le sue vie è impossibile non notare le tantissime bandiere palestinesi. Un sostegno aperto e profondo, segno di un sentimento di solidarietà che nasce dalla condivisione di un destino simile, fatto di segregazione, privazioni e ferite che non si dimenticano.
È proprio con questa consapevolezza che guardare Derry Girls, la serie Netflix creata da Lisa McGee, ha assunto tutto un altro significato.
Oltre al contesto storico, Derry Girls brilla per come racconta la quotidianità: le classiche dinamiche scolastiche sotto lo sguardo terrorizzato (e terrorizzante) di Suor Michael, la scuola cattolica, e soprattutto un rapporto di amicizia tra le cinque protagoniste che è un continuo susseguirsi di sorprese, incontri inaspettati e reciproco supporto nelle situazioni più assurde.
Ma le ragazze (e James di cui parlerò tra poco!) non vivono in una bolla: un ruolo fondamentale nella serie lo giocano i genitori e la famiglia, matti e disfunzionali almeno quanto le ragazze, costretti a far fronte alla complessità della vita quotidiana e alle stranezze delle proprie figlie.
La casa di Erin, in particolare, è un vero e proprio micro-cosmo comico. È un ritratto familiare bellissimo e variegato: il nonno Joe, burbero e sempre pronto a maltrattare il povero genero; i genitori di Erin (Mary e Gerry), costantemente sull’orlo di una crisi di nervi ma incredibilmente uniti; la sorellina piccola, testimone silenziosa del caos quotidiano; zia Sarah e la cugina Orla, due figure meravigliosamente matte, svampite e totalmente disconnesse dalla realtà; e Colm, il leggendario prozio capace di narrare aneddoti di una noia infinita, dettagliata e soporifera a tal punto da far perdere i sensi a chiunque gli stia accanto (di stremare la polizia e il comandante nell’ironica interpretazione di Liam Neeson!)
È proprio in questa combinazione tra follia genitoriale e strampalate avventure adolescenziali che la serie trova il suo senso più autentico: una famiglia allargata e unita che, pur tra urla e assurdità, riesce sempre a farti sentire a casa.
Un cast perfetto tra ribellione e tenerezza
Il punto di forza della serie risiede senza dubbio nel suo cast, perfettamente assortito. Le protagoniste sono ragazze ribelli, buffe, smisurate e al tempo stesso incredibilmente generose. Vivono l’adolescenza nel periodo più buio e difficile dell’Irlanda del Nord, negli anni ’90, gestendo le tipiche paranoie della crescita dentro una cornice storica drammatica.
La serie racconta con acume e delicatezza una realtà complessa: vivere costantemente immersi nel conflitto, con i controlli della polizia a ogni angolo, la minaccia del terrorismo e un’ansia di fondo perenne, finisce per rendere le persone un po’ strane, schizzate, sopra le righe. È un meccanismo di difesa umano e verissimo.
La TV come finestra sul mondo e rifugio
Nella casa di Erin, la televisione gioca un ruolo fondamentale e duplice. Da un lato è la fonte attraverso cui la famiglia apprende con gravità le ultime notizie sugli attentati e sul processo di pace. Dall’altro, però, quello stesso schermo è una finestra di evasione quotidiana: è dove si guardano i film in VHS (la madre noleggia di nascosto American Gigolo), i telefilm come La casa nella prateria e i programmi pop dell’epoca. Una dualità che sintetizza perfettamente la vita di allora: la tragedia della storia che scorre accanto alla normalità di chi vuole solo andare a un concerto.
E poi c’è la colonna sonora, un elemento travolgente che mi ha catapultata indietro nel tempo. Le note dei Cranberries, dei Corrs, di Enya, accanto alle hit pop dei Take That o degli East 17, mi hanno riportata dritta agli anni ’90, quando anche io avevo la stessa età di Erin e delle altre. Ritrovare i brani che hanno accompagnato la mia adolescenza cuciti sulle storie di queste ragazze nordirlandesi crea un ponte emotivo fortissimo: mi ha ricordato che, al di là del contesto storico, le emozioni e la musica di quell’età sono un linguaggio universale.
Quattro ragazze e… un ragazzo inglese
Ma conosciamo meglio le Derry girls: il gruppo è composto da quattro ragazze del posto e da James, il cugino arrivato dall’Inghilterra. Abbiamo Erin: drammatica, sognatrice e amante della poesia ed ella scrittura (tiene anche un diario). Orla: cugina di Erin, bizzarra, stralunata e imprevedibile, ma molto affettuosa. Clare (Penelope Featherington in Bridgerton!): nevrotica, perfezionista e costantemente sull’orlo di un attacco di panico (la amo). Michelle: sfrontata, volgare e sempre in cerca di guai. E James: il povero cugino inglese di Michelle, perennemente bersagliato dalle ragazze, sfortunato ma adorabile. James si trova in una posizione di doppia minoranza: non solo è l’unico maschio in un gruppo di ragazze determinate, ma è pure inglese! Per questo diventa il bersaglio preferito di prese in giro e provocazioni continue (continuano a dargli del gay).
Eppure, sotto le punzecchiature, c’è un affetto profondo. In uno degli episodi più toccanti della serie, gli viene ricordato che ormai fa parte della famiglia: essere una “Derry Girl” non è una questione di genere né di provenienza, ma un vero e proprio modo di essere, uno spirito d’appartenenza e di resilienza. Sarà lui a gridare durante la manifestazione per celebrare la fine del terrorismo alla presenza di Clinton: “I am a Derry girl!”. La ciliegina della storia è l’uso del femminile sovra-esteso: anche dall’intera comunità vengono chiamate tutte ragazze, si usa sempre il femminile per definirle, nonostante la presenza di James e anche lui si abitua all’idea perché adora far parte di quel gruppo.
La speranza sullo sfondo del conflitto
Le avventure di questo gruppo sgangherato sono spesso irriverenti e spassosissime. Ma lo sfondo non scompare mai: l’amarezza della divisione, la paura improvvisa e l’ombra dei Troubles sono sempre lì. Ciò che rende la serie un capolavoro, tuttavia, è il modo in cui mette al centro la speranza, la voglia di vivere, di innamorarsi e di scoprire il mondo di questi giovanissimi.
Insomma, è una serie che ho adorato e sto adorando. E aver camminato per le strade della città mi ha permesso di apprezzare ancora di più questo luogo unico: una città complessa e affascinante che ha persino due nomi (Derry o Londonderry), a seconda di chi li pronuncia, proprio come ci viene ricordato nel primissimo episodio.
Se c’è un’opera contemporanea che merita di essere proposta nelle scuole e mostrata agli studenti, è proprio questa. Provo a spiegare perché:
- De-retoricizza la Storia: farebbe capire agli studenti che la Storia non è fatta solo di date ed eventi anonimi, ma di persone reali che, anche durante guerre e conflitti, soffrono e temono per il loro destino, ma continuano a vivere, a innamorarsi, prendere brutti voti e a sognare i concerti dei Take That.
- Insegna l’empatia con il sorriso: senza fare la morale, l’umorismo abbassa le difese e fa immedesimare i giovani nelle paure e nei sogni dei loro coetanei del passato.
- È una lezione sull’inclusione, ma non quella sbandierata e falsa, fatta di buonismo come succede spesso a scuola. L’accoglienza di James dimostra che la comunità si fonda sulla condivisione e sull’empatia che si raggiungono anche con fatic. È un’accoglienza difficoltosa all’inizio, fatta di battute fuori luogo, di imbarazzo, di parole sbagliate. Ma poi i fatti dimostrano l’autenticità dell’amicizia che tutte provano per lui.
- La risata come resistenza: insegna come l’ironia sia uno strumento umano indispensabile per non farsi schiacciare dall’assurdità della violenza e dell’odio politico. Ma fa anche capire che l’odio è banale.
Per finire:
una clip con i momenti migliori di sister (George) Michael, sì si chiama così!