
Quando ero una studentessa, di fronte alla tracce del tema tendevo a scegliere quelle sui Promessi sposi. Nella mia “carriera” scolastica ne ho incontrate tantissime, forse perché quel libro era un gigantesco contenitore di cose e mondi da cui i docenti attingevano volentieri, cose e mondi pronti per essere descritti e rielaborati. Non era il mio romanzo preferito, ma lo conoscevo bene e quelle tracce mi sembravano le più facili, specialmente nell’ambito di una scelta strategica per la mia scaletta e la successiva stesura. C’era sempre qualcosa da dire: ogni personaggio, ogni situazione poteva ispirare un’idea, una riflessione. Anche alla maturità ho scelto quella traccia che chiedeva di descrivere la personalità di don Abbondio e il suo ruolo nelle vicende del romanzo. Oggi il mio approccio letterario è diviso a metà tra il dire “ma basta, l’ho letto e spiegato troppe volte” e “in fondo c’è sempre qualcosa di inaspettato che salta fuori e che prima non avevo notato”. Non so decidermi.
Certo è, che ho trovato qualcosa su cui riflettere anche quest’anno. Arrivo al dunque: si tratta del capitolo trentotto, l’ultimo del romanzo. Rileggendolo per l’ennesima volta ho trovato parole a cui non avevo dato gran peso in precedenza, parole che, secondo la mia opinione di lettrice, appartenevano a quella storia e il cui significato si concludeva in quelle pagine. Non avevo considerato il fatto che io sono cambiata, che adesso leggo e ascolto da una prospettiva diversa, che passo le mie letture in un filtro critico che prima non usavo. Perciò quelle parole sono risuonate in me in un modo inaspettato. Nelle ultime pagine dei Promessi sposi si trovano affermazioni pesanti e fastidiose sull’aspetto di Lucia, l’esempio perfetto di gossip estetico. Manzoni fa pronunciare quelle parole un po’ dalla gente del paese, un po’ da Renzo e un po’ da don Abbondio. E un po’ di danno lo fa lui stesso.
Ecco cosa succede. Siamo ormai alla fine della storia, Renzo e Lucia sono finalmente sposi e non più soltanto promessi, ma i problemi non sono finiti. Manzoni che non crede al vissero felici e contenti, ci racconta che i due protagonisti, dopo essersi trasferiti nel paese del cugino Bortolo per iniziare una nuova vita e realizzare la scalata sociale, devono far fronte ai pettegolezzi della gente. Quale sarebbe il tema? Che Lucia non è bella come tutti si aspettavano. Dopo tutte le disavventure che Renzo ha vissuto per ricongiungersi a lei, la gente si era immaginata Lucia come una creatura stupenda per cui valesse la pena rischiare la vita. Invece, vederla desta profonda delusione: non aveva i capelli proprio d’oro e neppure le gote proprio rosa, né due occhi l’uno più bello dell’altro. All’arrivo di Lucia al paese, molti iniziano a spettegolare, a definirla una contadina come ce ne sono tante, a trovarle difetti a ritenerla brutta affatto.
Ecco, appunto, un perfetto caso di gossip estetico: quando le persone si prendono la libertà di fare commenti sull’aspetto di qualcun* alle sue spalle, commenti pesanti, non richiesti e soprattutto inutili.
Il commento a margine del narratore non si fa attendere. Manzoni infatti aggiunge: Siccome però nessuno le andava a dir sul viso a Renzo, queste cose; così non c’era gran male fin lì. Chi lo fece il male, furon certi tali che gliele rapportarono: e Renzo, che volete? ne fu tocco sul vivo. Aggiungo io: non c’era gran male fin lì?? Cioè, tutto bene finché Renzo non è a conoscenza di quei giudizi?
Purtroppo il peggio deve ancora venire e ci pensa Renzo che, una volta che quei pettegolezzi sono noti anche a lui, risponde piccato.
E cosa v’importa a voi altri? E chi v’ha detto d’aspettare? Son mai venuto io a parlarvene? a dirvi che la fosse bella? E quando me lo dicevate voi altri, v’ho mai risposto altro, se non che era una buona giovine? È una contadina! V’ho detto mai che v’avrei menato qui una principessa? Non vi piace? Non la guardate. N’avete delle belle donne: guardate quelle.
Ne fu tocco sul vivo, sì, ma solo perché ferito nell’orgoglio, non certo perché dispiaciuto per Lucia o intenzionato a prendere le sue difese. Come se fosse una questione tra la gente e lui. Lucia ancora una volta resta sullo sfondo.
I promessi sposi sono tante cose, e non è mia intenzione spiegare qui quanti spunti regala. mi vorrei concentrare sul fatto che sono anche il romanzo di formazione di Renzo: è lui, a mio avviso, il protagonista che nel corso della storia impara e cresce, ma nel finale delude. Lucia resta sullo sfondo, uguale a sé stessa, pagina dopo pagina, silenziosa quanto basta e vittima (a quanto pare) inconsapevole dei commenti altrui. Non riesco a vederla come protagonista sullo stesso piano di Renzo, ma forse la sua forza è nel non cambiare mai. Neppure a questo so rispondere.
Se dobbiamo leggere i Promessi sposi a scuola, se devono avere un posto privilegiato nel curricolo scolastico, leggiamoli con spirito critico, e non per forza costruttivo, con gli occhi di oggi, per insegnare come non ci si comporta, cosa non si fa. E come, purtroppo, si fa ancora.
Chiudo con un’altra chicca, questa volta di don Abbondio che rinfaccia a Renzo di averlo messo nei guai per colpa del matrimonio e che fissa Lucia una volta per tutte nell’immaginario collettivo di lettori e lettrici:
“Sta’ zitto, buffone, sta’ zitto: non rimestar queste cose; chè, se dovessimo ora fare i conti, non so chi avanzerebbe. Io ho perdonato tutto: non ne parliam più: ma me n’avete fatti de’ tiri. Di te non mi fa specie, che sei un malandrinaccio; ma dico quest’acqua cheta, questa santerella, questa madonnina infilzata, che si sarebbe creduto far peccato a guardarsene. Ma già, lo so io chi l’aveva ammaestrata, lo so io, lo so io.”
Povera creatura, Lucia, ammaestrata da Renzo a fare guai. Altrimenti, quando non impegnata a farli, resta la nostra cara e buona madonnina infilzata? Non lo so. So solo che avrei scritto anche questo nel mio tema della maturità, se solo fossi stata pronta a farlo!
nella foto, un mio collage