Natalia Ginzburg, la potenza delle parole, letteratura femminile

Natalia Ginzburg mi è sembrata una corsara perché non apparteneva veramente a nessuna fazione, non cercava appartenenze o protezioni. Diceva ciò che pensava anche quando non era conveniente. […] La sua voce era unica, e solitaria.

Così Sandra Petrignani descrive Natalia Ginsburg nel saggio biografico “La corsara – Ritratto di Natalia Ginzburg” Neri Pozza, 2018. La parola “corsara” indica una donna che ha navigato il suo tempo senza bandiere comode, combattendo battaglie personali e collettive cercando rifugio nella propria coscienza e soprattutto nel linguaggio.

Oggi mi piace dedicarle del tempo e qualche riflessione perché sarebbe il compleanno di questa scrittrice solitaria e unica (nata a Palermo nel 1916) che anche all’interno della sinistra culturale italiana, esprimeva giudizi controcorrente, non sempre allineati con le posizioni dominanti. Era una donna diretta, ruvida, sincera: non cercava l’eleganza o l’approvazione, ma l’essenzialità e la verità, seppur scomoda.

E Petrignani con quel volume dal titolo emblematico, ce la restitutisce in tutta la sua umanità, ma anche nella sua potenza narrativa. Ci racconta gli anni duri del fascismo e il confino prima e l’arresto poi, seguito dalla morte dovuta alle torture subite nel carcere di Regina coeli, del marito Leone Ginzburg; ci parla delle collaborazioni e delle amicizie con i grandi nomi del ‘900, da Einaudi a Calvino a Pavese, rispetto ai quali difendeva la sua autonomia, sia emotiva che intellettuale.

Quando mi sono avvicinata ai suoi romanzi e ai racconti, mi ha colpito subito quello stile spoglio e anticonvenzionale: un modo di raccontare essenziale, qualche volta tagliente, lontano dai manierismi letterari. Era come se le sue pagine volessero dirmi che la parola ha una sua etica, una potenza morale ineguagliabile. E certe pagine mi restavano impresse per giorni. La sua è sempre stata una ricerca stilistica costante e febbrile: leggeva con voracità, specialmente Cecov che lei considerava il suo nume.

E’ nella prefazione a Cinque romanzi brevi che Natalia Ginburg fa una dichiarazione di intenti ed esprime la sua poetica, sviluppata già da bambina ma che è andata via via evolvendosi. Questa prefazione ha un valore liberatorio e quasi salvifico per la scrittrice, che trova sollievo, anzi piacere per dirla con parole sue, nel voler spiegare le ragioni della sua scrittura e al tempo stesso darci indizi della sua profondità letteraria e umana:

Da bambina avevo desiderato di portare l’intera mia vita in un libro: scrivere un grande libro che contenesse, giorno per giorno, l’intera mia vita, insieme a quella delle persone che erano intorno a me.

Crescendo, poi, ha iniziato a provare un sacro orrore dell’autobiografia, celando dietro l’impersonalità e il distacco ogni traccia di sé. Ma cambiò ancora idea (per fortuna) fino a ritenere che si debba scrivere con il cuore e con il corpo, non già con la testa e col pensiero. Infatti nel 1963 ha pubblicato l’unico libro che abbia scritto in assoluta libertà: Lessico famigliare.

Ed è con uno stralcio tratto da questo romanzo (con cui ha vinto il Premio Strega nel 1963) che voglio salutare questa scrittrice che amo, nel giorno del suo compleanno:

Le parole di mio padre, di mia madre, dei miei fratelli, ritornano continuamente nella mia memoria, inalterate e fedeli. […] Sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni passati, sono la testimonianza della nostra unità, della nostra diversità, sono la nostra storia.

Ispirazioni

  • Pavese le regalò una copia del suo libro Il mestiere di vivere, dedicandoglielo senza firma, con una frase misteriosa: «A chi sa guardare oltre le parole»
  • qui breve video che racconta la sua vita e le pubblicazioni
  • nel 1946 Natalia Ginzburg firmò la sua traduzione, per Einaudi, del primo volume della Ricerca di Proust: La strada di Swann, e prima di allora aveva solo sentito parlare dell’opera.