
In una lettera a Germana Pescio Bottino datata 9 giugno 1964, Italo Calvino scrive che “di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra.” È risaputa l’allergia di questo scrittore a biografia e autobiografia, nonché la sua riservatezza nei confronti della propria vita privata. L’unica opera in cui troviamo cenni biografici squisitamente personali, è La strada di San Giovanni e qualche rara intervista in cui Calvino si concede a ricordi famigliari o a memorie della Resistenza.
Io che amo molto Calvino non sono d’accordo con questa sua affermazione. Sono convinta che conoscere la vita di un autore o di un’autrice sia molto importante. Non si tratta di curiosità morbosa né caccia al pettegolezzo. Per esempio, non ho apprezzato il fatto che l’attrice Elsa de Giorgi abbia diffuso alcune delle lettere che si scambiava con Calvino durante la loro relazione. Credo in certi confini che devono proteggere l’intimità, ma ci sono aspetti e scelte della vita di chi scrive, che sono strettamente legati alle sue scelte di contenuto e stile e che ci aiutano ad apprezzare la persona che dietro la pagina.
Di recente ho letto il romanzo autobiografico di Elizabeth Gilbert “Mangia prega ama” che molte persone conoscono soprattutto per la versione cinematografica interpretata da Julia Roberts. Ho visto anche il film, ma solo dopo aver finito il libro e sono molto contenta di averlo fatto, perché diversamente non avrei potuto apprezzare alcune pagine sul valore di certe decisioni e sul senso di colpa che a volte le accompagna, ma anche altre su come si scopre la magica complementarità con le persone che amiamo.
Alla fine, ho voluto scoprire se Elizabeth nella realtà fosse ancora sposata con Felipe, il commerciante di gioielli brasiliano conosciuto a Bali, (che nella realtà è José Nunes). Leggendo qua e là, ho scoperto un articolo su Vanity Fair in cui si racconta che la scrittrice si è innamorata della sua migliore amica Rayya, presente nella sua vita da 15 anni. Anzi, è proprio Gilbert che nell’intervista spiega come abbia raggiunto quella consapevolezza: Rayya si era ammalata di un tumore incurabile e la paura di perderla le ha fatto comprendere tutta la misura e l’intensità dei suoi sentimenti. E le è stata accanto fino alla morte. Questo epilogo inaspettato ha superato di gran lunga la pagina scritta. Pensandoci bene, se Gilbert avesse scritto anche questa nuova storia d’amore alla fine del suo romanzo, non sarebbe sembrata verosimile. Invece è successa.
Nel podcast di Silvia Nucini che si chiama Voce ai libri, l’autrice del romanzo La grande sete, Erica Cassano, a un certo punto spiega da dove ha preso spunto per la sua narrazione. Dice che le storie che si scrivono devono essere più reali del reale, ovvero devono essere più credibili. Sembra un paradosso, ma la realtà ha delle concessioni che la finzione non ha. E così mi è venuta in mente Gilbert con la sua storia di vita densa e piena, tra dolore, smarrimento, ricerca e consapevolezza, che ha superato di molto la pagina.
Alla fine penso che anche Calvino, pur dissimulando la realtà, o riportando dati biografici falsi, o cambiandoli di volta in volta, ci abbia detto molto più di quanto volesse, lasciando impronte ovunque. E mi tuffo nel paradosso che le sue stesse pagine siano molto più reali del reale.
(nell’immagine un mio collage)